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Tag: Bella Livorno: cultura a domicilio

Caffè Bardi

Caffè Bardi

- Valen­ti­na La Sal­via -

«La gran sera era final­men­te venu­ta. Gli affre­schi del­le pare­ti e del­le vol­te nel Caf­fè era­no ormai com­piu­ti, i pan­nel­li era­no sta­ti attac­ca­ti, con le loro cor­ni­ci, ai pila­stri. Tut­to intor­no era un gran luc­ci­ca­re di ver­ni­ce fre­sca», così Etto­re Ser­ra descri­ve l’i­nau­gu­ra­zio­ne, nel 1911, del­la sala del Caf­fè Bar­di con le ope­re degli arti­sti del “can­tuc­cio di sini­stra”: Romi­ti, Nata­li, Ben­ve­nu­ti, Miche­loz­zi, Mario Puc­ci­ni, Gasto­ne Raz­za­gu­ta, tra­sfor­ma­ro­no la sala del Caf­fè Bar­di in una espo­si­zio­ne per­ma­nen­te di arte labro­ni­ca, il mani­fe­sto arti­sti­co dei suc­ces­so­ri di Gio­van­ni Fat­to­ri. Nel Palaz­zo Tad­deo­li all’an­go­lo fra via Cai­ro­li e via Cavour, già di pastic­ce­ri sviz­ze­ri, il loca­le, rile­va­to nel 1908 da Ugo Bar­di, fu ritro­vo per arti­sti e let­te­ra­ti.
A pochi pas­si dal­la “spal­let­ta” dei Fos­si dove gli arti­sti ama­va­no sosta­re, diven­ne un vero e pro­prio por­to di mare dove non era raro incon­tra­re il com­po­si­to­re Pie­tro Masca­gni, il com­me­dio­gra­fo Dario Nic­co­de­mi o Ame­deo Modi­glia­ni. In que­sto loca­le nac­que il dibat­ti­to sugli svi­lup­pi cul­tu­ra­li del­la cit­tà: dal pro­get­to di una Casa del­l’Ar­te con sede al Cister­ni­no, alla gui­da di Livor­no, alla reda­zio­ne del­la rivi­sta esti­va “Nien­te Dazio?”.
Quan­do, nel 1920, morì Mario Puc­ci­ni gli arti­sti del­la bran­ca si mobi­li­ta­ro­no per chie­de­re l’i­nu­ma­zio­ne nel Fame­dio di Mon­te­ne­ro per colui che con­si­de­ra­va­no il vero ere­de di Fat­to­ri, e, scon­tran­do­si con gli altri com­po­nen­ti del­la Fede­ra­zio­ne Arti­sti­ca Livor­ne­se, si costi­tui­ro­no in un grup­po: il tem­po del Caf­fè Bar­di vol­ge­va a ter­mi­ne ma una nuo­va sta­gio­ne arti­sti­ca si apri­va con il Grup­po Labro­ni­co, fon­da­to dai “puc­ci­nia­ni” il 15 luglio 1920. Nel 1921 il palaz­zo del Caf­fè Bar­di ven­ne acqui­sta­to dal Ban­co di Roma, il loca­le chiu­se per sem­pre e tut­ti gli arre­di e gli ogget­ti arti­sti­ci furo­no ven­du­ti all’a­sta.

BIBLIOGRAFIA

  • Ser­ra Etto­re, Vita di gio­vi­ne arti­sta, Livor­no : Bel­for­te, 1913
  • Raz­za­gu­ta Gasto­ne, Vir­tù degli arti­sti labro­ni­ci, Soc. Ed. Tir­re­na, Livor­no 1943
  • Lloyd Llewe­lyn, Tem­pi Anda­ti, Val­lec­chi, Firen­ze 1951
  • Pier­leo­ni Miche­le, Mario Puc­ci­ni al Caf­fè Bar­di, incon­tri arti­sti­ci e cul­tu­ra­li nel­la Livor­no di ini­zio Nove­cen­to, in Il Caf­fè Bar­di di Livor­no (1909 – 1921) le arti all’in­con­tro, Ban­dec­chi e Vival­di, Pon­te­de­ra 2008
Benvenuti, Disegno, Caffè Bardi
Caf­fè Bar­di, Dise­gno di Ben­ve­nu­to Ben­ve­nu­ti, 1912

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La Torre del Marzocco

La Torre del Marzocco

- Vale­ria Venu­ti -

La sto­ria del­la Tor­re Nuo­va, det­ta poi del Mar­zoc­co, ci por­ta indie­tro nel tem­po fino al XV seco­lo, a quan­do la costa labro­ni­ca era sce­na­rio di bat­ta­glie e l’antico Por­to Pisa­no – con­te­so per la sua stra­te­gi­ca posi­zio­ne – si sta­va ormai inter­ran­do.
Fu edi­fi­ca­ta dal­la Repub­bli­ca fio­ren­ti­na dopo che que­sta ave­va acqui­sta­to Livor­no dai geno­ve­si, deten­to­ri del pote­re sul por­to tosca­no dal 1407 fino al 1421. Costrui­ta sui resti dell’antica Tor­re Ros­sa, si sup­po­ne che il pro­get­to appar­te­nes­se al cele­bre scul­to­re e archi­tet­to Loren­zo Ghi­ber­ti secon­do la testi­mo­nian­za ripor­ta­ta da G. T. Toz­zet­ti, il qua­le tro­va somi­glian­ze tra un dise­gno del Ghi­ber­ti e il Mar­zoc­co. Anche se la pater­ni­tà del pro­get­to non è con­fer­ma­ta, resta affa­sci­nan­te il suo for­te lega­me con la cele­bre Tor­re dei Ven­ti di Ate­ne. Evi­den­ti sono le ana­lo­gie con la tor­re ate­nie­se: entram­be a pian­ta otta­go­na­le rive­sti­te di mar­mo bian­co pre­sen­ta­no sul­le otto fac­ce mar­mo­ree i ven­ti scol­pi­ti in bas­so­ri­lie­vo, for­man­do un bel­lis­si­mo fre­gio, men­tre in cima alla cuspi­de era fis­sa­ta una ban­de­ruo­la che ruo­ta­va in base al ven­to. Il nome Mar­zoc­co deri­va pro­prio dal­la for­ma del­la sua anti­ca ban­de­ruo­la: un leo­ne ram­pan­te di rame dora­to, per­du­to nel 1737 a cau­sa di un ful­mi­ne.
Oggi la tor­re non è visi­ta­bi­le al suo inter­no ed è inglo­ba­ta nel com­ples­so del por­to indu­stria­le, ma la sua impo­nen­te bel­lez­za vie­ne cita­ta da mol­ti cro­ni­sti ed elo­gia­ta da sem­pre come uno tra i monu­men­ti sim­bo­lo del­la cit­tà labro­ni­ca.

BIBLIOGRAFIA

  • G. Tar­gio­ni Toz­zet­ti, Rela­zio­ne di alcu­ni viag­gi fat­ti in diver­se par­ti del­la Tosca­na, Firen­ze 1751
  • Fran­ce­sco Guic­ciar­di­ni, Isto­ria d’Italia di Fran­ce­sco Guic­ciar­di­ni, Firen­ze 1803
  • Ema­nue­le Repet­ti, Dizio­na­rio geo­gra­fi­co fisi­co sto­ri­co del­la Tosca­na, 1841

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La Birra Peroni. Quaranta anni di storia a Livorno

Birra Livorno De Giacomi

- Lau­ra Giu­lia­no -

Alla fine dell’800 in Ita­lia, il mestie­re di bir­ra­io era svol­to da pochis­si­mi impren­di­to­ri vista la domi­nan­te cul­tu­ra vini­co­la. Anco­ra di più lo era in regio­ni come il Pie­mon­te, patria di vini pre­gia­ti. For­se que­sto fu il moti­vo che indus­se il gio­va­ne Giu­sep­pe De Gia­co­mi a tra­sfe­rir­si a Livor­no e rile­va­re, nel 1892, la vec­chia Bir­re­ria Kief­fer. A quel­la data si trat­ta­va di un pic­co­lo labo­ra­to­rio arti­gia­no con annes­so loca­le per il con­su­mo posto nel qua­dri­la­te­ro for­ma­to dal­la Via Men­ta­na, Via de Lar­da­rel, Via Spro­ni e Via Chiel­li­ni. Da qui ha ini­zio la sto­ria del­la fab­bri­ca di Bir­ra De Gia­co­mi che ebbe un gran­de svi­lup­po fino al 1939, anno in cui l’intero com­ples­so fu acqui­si­to dal­la Socie­tà Bir­ra Pero­ni.
Per la pro­du­zio­ne del­la bir­ra si uti­liz­za­va l’acqua che si tro­va­va in abbon­dan­za pro­prio sot­to lo sta­bi­li­men­to, cana­liz­zan­do­la diret­ta­men­te dal­la sor­gen­te agli impian­ti pro­dut­ti­vi.
Gli anni del­la guer­ra si abbat­te­ro­no sugli impian­ti in manie­ra deva­stan­te dan­neg­gian­do gli edi­fi­ci pro­dut­ti­vi che furo­no rico­strui­ti e amplia­ti ripren­den­do la cor­sa pro­dut­ti­va fino a rag­giun­ge­re i 70.000 etto­li­tri nel 1963. L’emergere di sta­bi­li­men­ti più all’a­van­guar­dia e l’ubicazione dell’impianto nel cen­tro cit­tà uni­ta­men­te all’im­pos­si­bi­li­tà di poter amplia­re le uni­tà pro­dut­ti­ve deter­mi­nò il len­to decli­no del­la Bir­re­ria livor­ne­se, che chiu­se i bat­ten­ti nel 1979, lascian­do un segno for­te e inde­le­bi­le nel­la sto­ria e nel­la cul­tu­ra del­la cit­tà.

Stabilimento Birra De Giacomi Reparto imbottigliamento
Sta­bi­li­men­to Bir­ra De Gia­co­mi Repar­to imbot­ti­glia­men­to

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Carnevale livornese

- Ambra Fio­ri­ni -

Nei seco­li pas­sa­ti, Livor­no è sta­ta luo­go di rac­col­ta e resi­den­za di per­so­ne pro­ve­nien­ti da diver­se nazio­ni ed è pro­prio qui che una festa mol­to sen­ti­ta come il Car­ne­va­le ha assun­to un aspet­to del tut­to pecu­lia­re. I festeg­gia­men­ti coin­vol­ge­va­no prin­ci­pal­men­te le clas­si socia­li di ceto medio bas­so oltre che gli equi­pag­gi del­le navi stra­nie­re che, pro­prio nel perio­do car­ne­va­le­sco, arri­va­va­no nume­ro­se in por­to. Qua­lun­que gior­no e qual­sia­si not­te diven­ta­va­no un’occasione per festeg­gia­re con bal­li, dan­ze, gio­chi e rap­pre­sen­ta­zio­ni tea­tra­li; men­tre i ban­chet­ti si tra­sfor­ma­va­no in un vero e pro­prio rito col­let­ti­vo, al pun­to che cibo e man­gia­te costi­tui­va­no l’elemento fon­dan­te del Car­ne­va­le livor­ne­se.
In que­sti gior­ni di festa le masche­re imper­ver­sa­va­no: paro­die di per­so­nag­gi illu­stri, imi­ta­zio­ni di famo­si poe­ti e masche­re col­let­ti­ve oltre quel­le carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà come “la divi­ni­tà mari­na”, “la puce” o “i mori”.
La più anti­ca e carat­te­ri­sti­ca masche­ra cit­ta­di­na era pro­ba­bil­men­te quel­la del pesca­to­re chia­ma­to dai livor­ne­si “Man­gia uno-man­gia due”. I suoi attri­bu­ti era­no un cami­ciot­to cor­to, mar­ro­ne e arruf­fa­to, un cap­puc­cio appun­ti­to e una can­na da pesca alla qua­le veni­va­no appe­se del­le roschet­te a mo’ di esca: le per­so­ne dove­va­no ten­ta­re di rubar­le al pesca­to­re sen­za usa­re le mani, affer­ran­do­le con la boc­ca come fan­no i pesci.
Duran­te i cor­si masche­ra­ti dei car­ri, che si svol­ge­va­no nel­la via Gran­de, il popo­lo si cimen­ta­va nel­la dif­fu­sa pra­ti­ca del lan­cio dei con­fet­ti. Ma se in altre cit­tà si era soli­ti usa­re con­fet­ti di ges­so o pisel­li, nel­la ric­ca Livor­no le pra­li­ne era­no pro­prio di zuc­che­ro: un segno di abbon­dan­za e, al tem­po stes­so, di appro­va­zio­ne tan­gi­bi­le ver­so la rap­pre­sen­ta­zio­ne car­ne­va­le­sca.
Pur­trop­po la cri­si che inve­stì tut­ta la cit­tà alla fine del XIX seco­lo non rispar­miò nem­me­no il rumo­ro­so car­ne­va­le livor­ne­se che pro­gres­si­va­men­te andò ridi­men­sio­nan­do­si fino a diven­ta­re, nel cor­so del ‘900, sol­tan­to un lon­ta­no ricor­do.

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Percy Bysshe Shelley: un grande poeta inglese a Livorno

Villa Valsovano

- Miche­la Via­nel­li -

Per­cy Bys­she Shel­ley (1792 – 1822) tra i più cele­bri poe­ti ingle­si e liri­ci roman­ti­ci, scel­se di tra­scor­re­re mol­ta par­te del­la sua vita in Ita­lia, in par­ti­co­la­re a Napo­li, Pisa e Livor­no dove sog­gior­nò ben tre vol­te tra cui anche nel 1822, anno del­la sua tra­gi­ca mor­te in mare.
Shel­ley intra­pre­se un grand tour in Ita­lia dal 1818 che lo con­dus­se fino alla nostra cit­tà, in com­pa­gnia del­le secon­da moglie Mary Woll­sto­ne­craft God­win. In que­gli anni mol­ti intel­let­tua­li si fer­ma­va­no a Livor­no: qui risie­de­va una vasta comu­ni­tà di Ingle­si, mem­bri del­la Bri­tish Fac­to­ry e si pote­va­no tro­va­re aria buo­na e libri a volon­tà. Come sot­to­li­nea la con­tes­sa di Bles­sing­ton, ami­ca di Lord Byron “la pos­si­bi­li­tà di rice­ve­re libri e altri gene­ri di con­for­to dall’Inghilterra, attra­ver­so Livor­no, che è un por­to fran­co, la rac­co­man­da mol­tis­si­mo”.
Gli Shel­ley giun­se­ro per la pri­ma vol­ta a Livor­no il 10 mag­gio 1818 e la pri­ma impres­sio­ne che il poe­ta ebbe del­la nostra cit­tà non fu del­le miglio­ri; egli infat­ti cer­ca­va un luo­go dove poter tro­va­re quie­te e soli­tu­di­ne che si adat­tas­se­ro al suo spi­ri­to sogna­to­re, e il chias­so di quel­lo che al tem­po era un fio­ren­te por­to in cui fer­ve­va l’attività com­mer­cia­le e marit­ti­ma cer­to non lo accon­ten­tò. Eppu­re qual­co­sa in lui lo por­tò a legar­si nel pro­fon­do con la cit­tà. Nel­la metà di giu­gno del 1819, dopo aver sog­gior­na­to all’Aquila Nera, rino­ma­to alber­go dell’epoca lun­go gli sca­li d’Azeglio, gli Shel­ley si tra­sfe­ri­ro­no a Vil­la Val­so­va­no, situa­ta in un pode­re in Via Val­so­va­no (attua­le Via del Fagia­no). Nel­la vil­la il poe­ta ave­va tro­va­to il rifu­gio idea­le dal­la qua­le dice­va di poter vede­re, da un lato il mare con le sue iso­le Gor­go­na, Capra­ia, Elba e Cor­si­ca, dal­l’al­tro lato gli Appen­ni­ni; com­po­se qui la tra­ge­dia “The Cen­ci”.
Fu pro­prio in que­sto sog­gior­no che Shel­ley comin­ciò ad ama­re la bel­lez­za del­la natu­ra livor­ne­se che cele­brò suc­ces­si­va­men­te nell’ode “To a Sky­lark”.
Nel 1822 dopo una per­ma­nen­za di tre gior­ni nel­la nostra cit­tà, duran­te una tra­ver­sa­ta in mare, la bar­ca dove viag­gia­va fu tra­vol­ta da una tem­pe­sta e Shel­ley per­se la vita. Il suo cor­po fu ritro­va­to 10 gior­ni dopo a Via­reg­gio. Per un’ironica coin­ci­den­za, sul­la spiag­gia di Via­reg­gio, insie­me al suo cor­po, fu ritro­va­to il suo ulti­mo poe­ma “The Trium­ph of Life” (Il Trion­fo del­la Vita) scrit­to pro­prio sul­la bar­ca che lo por­tò alla mor­te. Shel­ley è cele­bre per aver scrit­to ope­re da anto­lo­gia qua­li “Ozy­man­dias”, “l’O­de al ven­to occi­den­ta­le”, “A un’al­lo­do­la”, e “La masche­ra del­l’a­nar­chia”, ma quel­li che ven­go­no con­si­de­ra­ti i suoi capo­la­vo­ri furo­no i poe­mi nar­ra­ti­vi come il “Pro­me­teo libe­ra­to” e “l’A­do­nais”.

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L’Accademia Labronica

Biblioteca Labronica

- Sarah Bova­ni -

Livor­no, cit­tà gio­va­ne e cen­tro impor­tan­te per lo svi­lup­po di atti­vi­tà com­mer­cia­li, ebbe in pas­sa­to anche alcu­ne impor­tan­ti Acca­de­mie cul­tu­ra­li. Tra il XVII e il XVIII seco­lo fio­ri­ro­no nel nostro ter­ri­to­rio quel­le dei “Dub­bio­si”, degli “Abbor­ri­ti”… ed infi­ne l’Accademia Labro­ni­ca. Quest’ultima nata su ini­zia­ti­va di set­te ami­ci, tra i qua­li Giu­sep­pe Vivo­li, Segre­ta­rio dell’Ufficio di Sani­tà, e Fran­ce­sco Pisto­le­si, impie­ga­to nel­l’uf­fi­cio del­la Doga­na, ave­va come obiet­ti­vo quel­lo di far ave­re anche nel­la nostra cit­tà un’accademia let­te­ra­ria nel­la qua­le i com­po­nen­ti si riu­ni­va­no per “comu­ni­car­si i lumi e l’istruzione… il gusto e la cul­tu­ra del­le Scien­ze, del­le Let­te­re e del­le Arti”.
L’immagine dell’Ercole Labro­ni­co con accan­to l’arme del­la cit­tà di Livor­no ed il mot­to Robur et Fides, rap­pre­sen­ta­va­no gli obiet­ti­vi del soda­li­zio. Duran­te le adu­nan­ze dei mem­bri si pote­va scri­ve­re “a libe­ra scel­ta sopra qual­si­vo­glia ele­men­to” sen­za però entra­re nel meri­to del­la reli­gio­ne o del­la poli­ti­ca. L’attività ini­ziò il 2 mag­gio 1816, con l’ap­pog­gio del Gran­du­ca Fer­di­nan­do III di Lore­na, pres­so casa Cer­va­ro­li, un’abitazione pre­sa in affit­to al ter­zo pia­no di via San­ta Giu­lia. I soci costi­tui­ro­no anche una biblio­te­ca e scris­se­ro gli Atti del­l’Ac­ca­de­mia. Il pri­mo pre­si­den­te fu Pie­tro Paren­ti e il pri­mo segre­ta­rio Fran­ce­sco Pisto­le­si. La biblio­te­ca, che nel­la pri­ma metà del­l’Ot­to­cen­to con­ta­va già 7.000 volu­mi, nel 1843 fu aper­ta al pub­bli­co e suc­ces­si­va­men­te, nel 1852 fu dona­ta al Comu­ne ed amplia­ta, andan­do a costi­tui­re l’attuale Biblio­te­ca Labro­ni­ca, inti­to­la­ta a Fran­ce­sco Dome­ni­co Guer­raz­zi. L’Accademia fra i suoi mem­bri ebbe mol­ti illu­stri cit­ta­di­ni tra i qua­li Ange­li­ca Pal­li, uni­ca don­na ammes­sa agli incon­tri cul­tu­ra­li ed Enri­co Mayer. Ces­sò la sua atti­vi­tà nel­l’ul­ti­mo decen­nio del XIX sec.

Accademia Labronica

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Angelica Palli

Angelica Palli

- Gem­ma Lom­bar­di -

Per­so­na­li­tà dirom­pen­te del­la Livor­no Otto­cen­te­sca, Ange­li­ca Pal­li può esse­re defi­ni­ta come un tas­sel­lo signi­fi­ca­ti­vo del­la rivo­lu­zio­ne fem­mi­ni­le nel­l’am­bi­to del­la cul­tu­ra Ita­lia­na ed Euro­pea dell’epoca. Figu­ra impor­tan­te del Risor­gi­men­to e appas­sio­na­ta soste­ni­tri­ce dell’Indipendenza Ita­lia­na, Ange­li­ca fu pri­ma di tut­to un’intellettuale, let­te­ra­ta e scrit­tri­ce con una pro­du­zio­ne impe­gna­ta a cui si dedi­cò per tut­ta la vita.
Di ori­gi­ni gre­che, Anghe­li­kì Pal­lis, nac­que a Livor­no il 22 novem­bre del 1798. Fin da bam­bi­na Ange­li­ca respi­ra nel­la casa nata­le un cli­ma sti­mo­lan­te, ali­men­ta­to dal via vai di intel­let­tua­li che ani­ma­va­no il salot­to di fami­glia. Dopo il matri­mo­nio con Giam­pao­lo Bar­to­lom­mei, Ange­li­ca potrà con­ti­nua­re la tra­di­zio­ne fami­lia­re da vera pro­ta­go­ni­sta dell’ancor più famo­so salot­to, situa­to nel­l’an­ti­ca Vene­zia, sugli Sca­li del pesce. La sua dimo­ra, in bre­ve, acco­glie­rà alcu­ne del­le più illu­mi­na­te men­ti del­lo sce­na­rio cul­tu­ra­le e poli­ti­co ita­lia­no, come Ugo Fosco­lo, Giu­sep­pe Maz­zi­ni, F. Dome­ni­co Guer­raz­zi, e Ales­san­dro Man­zo­ni che in un’ode a lei dedi­ca­ta, la defi­nì “pro­le elet­ta dal Ciel, Saf­fo novel­la”.
L’espressione mas­si­ma del suo pen­sie­ro si ritro­va nel­l’o­pe­ra “Il trat­ta­to, discor­si di una don­na alle gio­va­ni mari­ta­te del suo pae­se”, in cui l’autrice deli­nea la situa­zio­ne con­tem­po­ra­nea del­la don­na e del­le ingiu­sti­zie cui era ogget­to, pro­po­nen­do la neces­si­tà di istru­zio­ne come leva per una sua mag­gior auto­no­mia.
Gra­zie alla sua deter­mi­na­zio­ne, Ange­li­ca riu­scì a con­cre­tiz­za­re i suoi obiet­ti­vi dan­do vita alla pri­ma scuo­la fem­mi­ni­le supe­rio­re a Livor­no “l’Isti­tu­to Magi­stra­le”, che anco­ra oggi por­ta il suo nome.
Ange­li­ca morì il 6 Mar­zo del 1875. La sua tom­ba si tro­va nel cimi­te­ro gre­co orto­dos­so di via Mastac­chi, men­tre un busto in mar­mo rea­liz­za­to dal­lo scul­to­re Temi­sto­cle Guer­raz­zi è oggi con­ser­va­to pres­so la Biblio­te­ca Labro­ni­ca.

Palazzo Bartolommei
Palaz­zo Bar­to­lom­mei, Sca­li del Pesce

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Palazzo Huigens a Livorno

Palazzo Huigens

- Lau­ra Giu­lia­no -

Esem­pio tipi­co di resi­den­za mer­can­ti­le, il Palaz­zo Hui­gens, sede del­la Coo­pe­ra­ti­va Iti­ne­ra, è tra le archi­tet­tu­re sto­ri­che più note­vo­li e rap­pre­sen­ta­ti­ve di Livor­no. Fu costrui­to nel 1706 dal ric­co mer­can­te di Colo­nia Odoar­do Bras­sart, ed in segui­to acqui­sta­to dal mer­can­te Anto­nio Hui­gens, suo con­cit­ta­di­no, che ha lascia­to il nome alla resi­den­za.
Que­sto edi­fi­cio, come mol­ti altri che sor­go­no lun­go i cana­li, pre­sen­ta una tipo­lo­gia par­ti­co­la­re ed uni­ca che ha con­di­zio­na­to l’ar­chi­tet­tu­ra e l’ur­ba­ni­sti­ca del quar­tie­re Vene­zia.
La tipo­lo­gia del palaz­zo mer­can­ti­le è per­tan­to un model­lo archi­tet­to­ni­co con carat­te­ri­sti­che rico­no­sci­bi­li tra cui una strut­tu­ra su tre livel­li: la can­ti­na, sot­to il pia­no del­la stra­da, con affac­cio diret­to sul cana­le fun­zio­na­le al cari­co, sca­ri­co e depo­si­to del­le mer­ci. Spa­zi ampi uti­liz­za­ti come veri e pro­pri nego­zi, le can­ti­ne era­no anche luo­ghi di incon­tro e di scam­bio com­mer­cia­le, di ven­di­ta e di pic­co­le trat­ta­ti­ve. Spes­so, nel­le can­ti­ne era­no pre­sen­ti pic­co­li pas­sag­gi inter­ni con sca­le che si col­le­ga­va­no con i magaz­zi­ni del livel­lo supe­rio­re, uti­liz­za­ti per lo stoc­cag­gio del­le mer­ci. Al pri­mo livel­lo poi, le abi­ta­zio­ni, spa­zi di vita quo­ti­dia­na ma anche uffi­ci com­mer­cia­li non­ché luo­ghi di incon­tro mon­da­no ani­ma­ti da feste e rice­vi­men­ti. Una curio­si­tà: le ampie fine­stre di cui sono dota­ti que­sti palaz­zi ser­vi­va­no per far pas­sa­re la mer­ce con l’ausilio di car­ru­co­le, nel caso in cui le can­ti­ne e i magaz­zi­ni fos­se­ro com­ple­ti.

Livorno Cortile di Palazzo Huigens

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La strada litoranea: da via delle torri a percorso turistico estivo

Bagni Pancaldi

- Miche­la Via­nel­li -

Quel­la che cono­scia­mo come stra­da lito­ra­nea, che da Livor­no con­du­ce attra­ver­so un per­cor­so pano­ra­mi­co e sug­ge­sti­vo fino al pro­mon­to­rio di Piom­bi­no, ebbe in pas­sa­to l’unica fun­zio­ne di col­le­ga­re la linea difen­si­va del­le tor­ri costie­re.
La stra­da, det­ta in ori­gi­ne dei Caval­leg­ge­ri, dal For­te dei Caval­leg­ge­ri, posto dove attual­men­te sor­ge la Ter­raz­za Masca­gni, met­te­va in comu­ni­ca­zio­ne le tor­ri costie­re dis­se­mi­na­te lun­go la costa fino ad arri­va­re al Prin­ci­pa­to di Piom­bi­no.
L’Ottocento fu per Livor­no un perio­do di gran­di pro­get­ti: la cit­tà fu inte­res­sa­ta da gran­di cam­bia­men­ti pri­mo fra tut­ti l’abbattimento del­le anti­che mura cin­que­cen­te­sche del Buon­ta­len­ti, ora­mai odio­sa sepa­ra­zio­ne tra la vec­chia e la nuo­va cit­tà e la rea­liz­za­zio­ne del­la nuo­va cin­ta dazia­ria pro­get­ta­ta dall’ing. A. Manet­ti nel 1835. Le zone inte­res­sa­te dal pro­ces­so di espan­sio­ne urba­na oltre le mura ven­ne­ro com­pre­se a pie­no tito­lo nel­la cit­tà.
In que­sti anni si deci­se di valo­riz­za­re la diret­tri­ce di espan­sio­ne ver­so Sud, rap­pre­sen­ta­ta appun­to dal­l’an­ti­ca Via dei Caval­leg­ge­ri. Si trat­ta­va di pro­get­ta­re, anche per Livor­no una vera e pro­pria pas­seg­gia­ta a mare, sul model­lo del­le più note pas­seg­gia­te di Chia­ia a Napo­li e del­la Pro­me­na­de des Anglais di Niz­za1.
Meri­ta ricor­da­re che la cit­tà di Livor­no diven­tò nel cor­so del XIX seco­lo, una tra le mete turi­sti­che esti­ve più ambi­te e pre­sti­gio­se. La cit­tà si tra­sfor­mò in pochi anni tra l’Ottocento e il Nove­cen­to in pri­mo cen­tro bal­nea­re del­la Tosca­nacapi­ta­le euro­pea del­la vacan­ze. Con il dif­fon­der­si del­la moda dei bagni, vil­leg­gia­re a Livor­no diven­ne segno di distin­zio­ne e di agia­tez­za. L’epicentro del­le vacan­ze era il trat­to di costa tir­re­ni­ca che in un pri­mo momen­to si esten­de­va da por­ta a Mare, cor­ri­spon­den­te all’o­dier­na piaz­za Maz­zi­ni, fino all’Ar­den­za per poi rag­giun­ge­re, suc­ces­si­va­men­te, anche il vil­lag­gio di Anti­gna­no. Ven­ne rea­liz­za­ta così la Roton­da d’Ar­den­za, su pro­get­to di Lui­gi Fab­bri, in toni ele­gan­ti, con albe­ri debi­ta­men­te sele­zio­na­ti tra quel­li che pos­so­no vive­re in pros­si­mi­tà del mare e pian­ta­ti con rin­for­zi per evi­ta­re i dan­ni del for­te libec­cio livor­ne­se; il Par­ter­re fu dise­gna­to con pra­ti, boschet­ti e via­li per le vet­tu­re e attrez­za­to con pan­chi­ne in mar­mo di San Giu­lia­no.
Edi­fi­ci emer­gen­ti dal pun­to di vista archi­tet­to­ni­co furo­no sen­z’al­tro i Casi­ni d’Ar­den­za che insie­me al Palaz­zo Capril­li ven­ne­ro costrui­ti come strut­tu­ra di ser­vi­zio alla vil­leg­gia­tu­ra, una sor­ta di resi­den­ce ante lit­te­ram, prov­vi­sto di una trat­to­ria, una sala comu­ne da biliar­do, una per l’in­trat­te­ni­men­to mon­da­no ed uno sta­bi­li­men­to bal­nea­re deno­mi­na­to Bagnet­ti, cor­ri­spon­den­te agli attua­li Onde del Tir­re­no (Peja­ni).

  1. L.Bortolotti, Livor­no dal 1748 al 1958, Olsch­ki Edi­to­re, Firen­ze 1970

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La coop Iti­ne­ra ade­ri­sce alla cam­pa­gna lan­cia­ta da Lega­coop Puglia “Il con­ta­gio del­la cul­tu­ra”. L’obiettivo è di con­te­ne­re, con pic­co­le o gran­di azio­ni dal bas­so, la ridu­zio­ne dei con­su­mi cul­tu­ra­li in que­sto dif­fi­ci­lis­si­mo momen­to per tut­ti noi. La cul­tu­ra e la sua dif­fu­sio­ne rap­pre­sen­ta­no infat­ti risor­se fon­da­men­ta­li nel­la costru­zio­ne di un nuo­vo, più inno­va­ti­vo e neces­sa­rio para­dig­ma per il ter­ri­to­rio e più in gene­ra­le per il Pae­se. La vita cul­tu­ra­le è un trat­to distin­ti­vo del­l’I­ta­lia e una risor­sa fon­da­men­ta­le: è il nostro miglior bigliet­to da visi­ta nel mon­do, dà lavo­ro qua­li­fi­ca­to a mol­te per­so­ne, è un fat­to­re deci­si­vo per il benes­se­re e per la qua­li­tà del­la vita, per la tenu­ta del­la coe­sio­ne socia­le. Ma come ben sap­pia­mo biblio­te­che, musei, tea­tri, gal­le­rie, cine­ma che rap­pre­sen­ta­no i pre­si­di fon­da­men­ta­li del­la nostra iden­ti­tà cul­tu­ra­le sono tut­ti attual­men­te inac­ces­si­bi­li. Sap­pia­mo inol­tre che il mon­do del­la cul­tu­ra nel qua­le ope­ria­mo sen­za inter­ven­ti rapi­di di soste­gno rischia di ripren­der­si con fati­ca da que­sta situa­zio­ne. La pro­du­zio­ne e la gestio­ne di ser­vi­zi e pro­get­ti cul­tu­ra­li si reg­ge lar­ga­men­te su lavo­ra­to­ri e impre­se come la nostra con poche garan­zie e che, in un momen­to come quel­lo che stia­mo viven­do, si tro­va­no in ovvia dif­fi­col­tà.
Inol­tre la sospen­sio­ne tota­le del­le atti­vi­tà cul­tu­ra­li è una del­le misu­re che avran­no come con­se­guen­za una ridu­zio­ne del­la socia­li­tà, che di fat­to è uno degli aspet­ti più impor­tan­ti del valo­re cul­tu­ra. Per fare cul­tu­ra non si può pre­scin­de­re dal coin­vol­gi­men­to atti­vo del­la per­so­ne, del­le comu­ni­tà per­ché il patri­mo­nio prin­ci­pa­le di un ter­ri­to­rio sono pri­ma di tut­to pro­prio le per­so­ne: quel­le che in quel ter­ri­to­rio si iden­ti­fi­ca­no e lo vivo­no.
Nono­stan­te que­sto voglia­mo dare un nostro pri­mo con­tri­bu­to a non disper­de­re inte­res­se ed ener­gie, e per far­lo non basta crea­re occa­sio­ni estem­po­ra­nee ma appun­ta­men­ti fis­si e inter­cet­ta­re curio­si­tà ed inte­res­si del­la cit­tà. Quin­di Iti­ne­ra, visto l’interesse e il segui­to di pub­bli­co che han­no sem­pre riscos­so le ini­zia­ti­ve mes­se in cam­po rela­ti­ve alla cono­scen­za e agli appro­fon­di­men­ti sul­la cit­tà di Livor­no, inten­de dare avvio a par­ti­re da doma­ni alla pub­bli­ca­zio­ne di una serie di appro­fon­di­men­ti, “appun­ti di cul­tu­ra” sul­la pagi­na Face­book del­la Coop Iti­ne­ra Livor­no Cul­tu­ra e Turi­smo dedi­ca­ti ad aspet­ti incon­sue­ti, curio­si ed iden­ti­fi­ca­ti­vi del­la sto­ria del­la cit­tà. Tra gli argo­men­ti trat­ta­ti: i luo­ghi, i monu­men­ti, i per­so­nag­gi che han­no più degli altri inci­so sul­la nostra cul­tu­ra, sia­no essi arti­sti, musi­ci­sti, filo­so­fi, sto­ri­ci, le tra­sfor­ma­zio­ni urba­ni­sti­che più signi­fi­ca­ti­ve, gli edi­fi­ci sto­ri­co-arti­sti­ci, le tra­di­zio­ni, gli even­ti e le curio­si­tà. Un pic­co­lo con­tri­bu­to per man­te­ne­re sal­de le nostre men­ti e fare scor­ta di cono­scen­za di curio­si­tà e di sape­ri, uti­li, spe­ria­mo a bre­ve, per apprez­za­re appro­fon­di­re e cono­sce­re da vici­no e dal vero la sto­ria appas­sio­nan­te e uni­ca del­la nostra cit­tà.

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