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La LIVU’ con Eva Giovannini

Lune­dì 12 otto­bre par­te un bre­ve ma inten­so cor­so di for­ma­zio­ne desti­na­to allo staff di lavo­ro del­la coop Iti­ne­ra che gesti­sce e pro­muo­ve la nuo­va Web Tv del Comu­ne di Livor­no. Il cor­so, si svol­ge­rà in for­ma tele­ma­ti­ca su una piat­ta­for­ma digi­ta­le, avrà un docen­te di ecce­zio­ne, ovve­ro la gior­na­li­sta tele­vi­si­va Eva Gio­van­ni­ni, che si è resa dispo­ni­bi­le a soste­ne­re e offri­re ai par­te­ci­pan­ti un’occasione, uni­ca, per appro­fon­di­re e raf­for­za­re le pro­prie com­pe­ten­ze.

Gli argo­men­ti sono vari, ma tut­ti incen­tra­ti sul tema: si par­te doman­dan­do­si che cosa vuol dire ‘par­la­re per imma­gi­ni’ per pas­sa­re ad una bre­ve sto­ria del gior­na­li­smo tele­vi­si­vo, ponen­do l’accento su la distin­zio­ne, neces­sa­ria, tra gior­na­li­smo e spet­ta­co­lo.

Inol­tre ci sarà spa­zio pro­prio per aspet­ti pra­ti­co ope­ra­ti­vi, ovve­ro indi­ca­zio­ni su come si fa un’in­ter­vi­sta, come si segue una con­fe­ren­za stam­pa, come si segue e pro­muo­ve un even­to “live”. Sarà poi affron­ta­ta la dif­fe­ren­za tra gior­na­li­sta e SMM (social media mana­ger), per fini­re su la demo­cra­zia nel tem­po dei nuo­vi media e l’e­ti­ca nel­l’e­tà del­la tec­ni­ca

Eva Gio­van­ni­ni (Livor­no, 1980) è gior­na­li­sta e invia­ta Rai. Ha con­dot­to l’e­di­zio­ne 2017 del Pre­mio Stre­ga (Rai­tre). Mem­bro del “Comi­ta­to di Sag­gi” sul­l’Eu­ro­pa isti­tui­to dal­la Pre­si­den­za del­la Came­ra (2017) e mem­bro del­la giu­ria del Jo Cox Award per gli stu­di sul­l’Eu­ro­pa. Ha scrit­to il sag­gio Euro­pa Anno Zero – Il ritor­no dei Nazio­na­li­smi (Mar­si­lio, 2015). Per la TV ha rea­liz­za­to repor­ta­ge per Anno­ze­ro (Rai­due) e Piaz­za­pu­li­ta (La7). Ha lavo­ra­to per Skytg24 (news e nightli­ne Con­tro­cor­ren­te). Ha ini­zia­to come gior­na­li­sta di car­ta stam­pa­ta col­la­bo­ran­do con Il Tir­re­no e Affari&Finanza (La Repub­bli­ca).

Eva Giovannini

Capraia: visioni e identità

Capra­ia: visio­ni e iden­ti­tà
Lavo­ri in cor­so per un cen­tro di docu­men­ta­zio­ne dell’isola

Regio­ne Tosca­na – asses­so­ra­to Cul­tu­ra e Uni­ver­si­tà
Comu­ne di Capra­ia
A cura di Coop Iti­ne­ra

Il saba­to 5 e dome­ni­ca 6 set­tem­bre a Capra­ia vie­ne pre­sen­ta­to il pro­get­to del­la Regio­ne Tosca­na e del Comu­ne di Capra­ia, deno­mi­na­to Capra­ia : Visio­ni e Iden­ti­tà, rea­liz­za­to dal­la Coop Iti­ne­ra. Il 6 in par­ti­co­la­re, pres­so il com­ples­so di San­t’An­to­nio, alla pre­sen­za del­la Vice Pre­si­den­te del­la Regio­ne Tosca­na Moni­ca Bar­ni e del Diret­to­re Rober­to Fer­ra­ri si svol­ge­rà un inte­res­san­te con­ve­gno sui temi affron­ta­ti dal pro­get­to, che sono appun­to la rico­stru­zio­ne del­la sto­ria dell’isola, l’importanza di una rico­gni­zio­ne di tut­te le fon­ti docu­men­ta­rie che riguar­da­no la Capra­ia, dedi­can­do uno spa­zio par­ti­co­la­re al tema dell’antico dia­let­to capra­ie­se oggi scom­par­so. Inol­tre sarà pre­sen­ta­ta la nuo­va biblio­te­ca di Capra­ia, uno dei risul­ta­ti del pro­get­to e nuo­vo luo­go di rife­ri­men­to per appro­fon­di­men­ti e ricer­che o sem­pli­ce acces­so alla cono­scen­za e alle let­tu­ra.

Il pro­get­to nel suo com­ples­so ha l’obiettivo di ricom­por­re il rac­con­to di Capra­ia, fat­to di sto­rie, imma­gi­ni, testi­mo­nian­ze, stu­di, docu­men­ti. L’isola, cono­sciu­ta da mol­ti come meta esti­va di vacan­za ha una sto­ria inte­res­san­te da rac­con­ta­re: a par­ti­re dal­le vicen­de dell’isola di Capra­ia, dal pas­sa­to anche più recen­te e dal dia­let­to che un tem­po si par­la­va, è pos­si­bi­le anche ren­de­re più com­pren­si­bi­le l’atmosfera pecu­lia­re che qui anco­ra si respi­ra, fat­ta di per­so­ne, di case, di splen­di­di scor­ci di pae­sag­gio, di luce, di pro­fu­mi e di mare.

Con que­ste pre­mes­se è sta­to avvia­to e rea­liz­za­to il bel pro­get­to visio­ni e iden­ti­tà, che pone soli­de basi per ren­de­re vera­men­te acces­si­bi­le il ric­co patri­mo­nio riguar­dan­te l’isola, fat­to di docu­men­ti, mate­ria­li di archi­vio, imma­gi­ni, ricer­che e stu­di che nel tem­po sono sta­ti pro­dot­ti gra­zie al lavo­ro di sto­ri­ci appas­sio­na­ti. Il lavo­ro è sta­to rea­liz­za­to dal­la coop Iti­ne­ra pro­prio con il coin­vol­gi­men­to di chi nel tem­po ha lavo­ra­to all’ap­pro­fon­di­men­to degli aspet­ti sto­ri­ci dell’isola, ma anche di colo­ro che testi­mo­nia­no con il loro quo­ti­dia­no l’amore e l’attaccamento a Capra­ia e che han­no rac­con­ta­to la loro visio­ne, uni­ca, dell’isola.

Un lavo­ro appas­sio­na­to e appas­sio­nan­te che ci augu­ria­mo pos­sa esse­re apprez­za­to da tut­ti. I pro­get­ti cul­tu­ra­li come que­sto han­no il com­pi­to di dare risal­to all’au­ten­ti­ci­tà del ter­ri­to­rio alla sua nar­ra­zio­ne e com­pren­sio­ne, con il pro­po­si­to anche di amplia­re la par­te­ci­pa­zio­ne socia­le e di raf­for­za­re il sen­so iden­ti­ta­rio, per­met­ten­do anche di com­pren­de­re fat­to­ri cri­ti­ci, sfi­de aper­te, in par­ti­co­la­re quel­le lega­te alla capa­ci­tà di accre­sce­re real­men­te i livel­li di acces­so e di frui­zio­ne del patri­mo­nio cul­tu­ra­le e il gra­do di par­te­ci­pa­zio­ne del­le comu­ni­tà.

Ecco quin­di che la crea­zio­ne di una biblio­te­ca per Capra­ia, che il pro­get­to pre­ve­de, con­se­gne­rà un luo­go essen­zia­le di coe­sio­ne socia­le, in cui la comu­ni­tà loca­le si rico­no­sce e si rive­la, attra­ver­so l’accesso a tut­te le fon­ti docu­men­ta­rie, le sto­rie, le imma­gi­ni, gli archi­vi docu­men­ta­ri, che nel loro insie­me ci resti­tui­sco­no il filo ros­so che lega tut­ta l’affascinante vicen­da dell’isola di Capra­ia, uni­ca, come solo quel­le del­le iso­le san­no esse­re.

Il pro­get­to ha pre­vi­sto inol­tre la rea­liz­za­zio­ne di un volu­me VISIONIIDENTITA’, rea­liz­za­to da Fran­ce­sco Levy, foto­gra­fo, e Mar­ghe­ri­ta Neri, antro­po­lo­ga, fat­to di ritrat­ti e imma­gi­ni del­la Capra­ia attua­le, com­ple­ta­to con inter­vi­ste e rac­con­ti regi­stra­ti sul cam­po dedi­ca­to agli aspet­ti rile­van­ti dell’attuale rac­con­to del­la Capra­ia, con­se­gnan­do un ritrat­to com­po­si­to ma genui­no dell’isola, obbli­gan­do­ci a por­re più atten­zio­ne anche ai suoi abi­tan­ti e alle loro vicen­de, anche per­so­na­li, che diven­ta­no in que­sto caso, memo­ria col­let­ti­va.

Capraia Visioni e Identità

Montecatini Val di Cecina, un tesoro nascosto della Toscana

Mon­te­ca­ti­ni Val di Ceci­na è un luo­go tut­to da visi­ta­re: un pic­co­lo bor­go tosca­no con una gran­de sto­ria cir­con­da­to da un pae­sag­gio natu­ra­le di gran­de fasci­no. Una tap­pa da non per­de­re per tut­ti colo­ro che cer­ca­no tran­quil­li­tà e cono­sce­re la qua­li­tà cul­tu­ra­le di que­sta regio­ne. La Minie­ra di rame con le sue anti­che gal­le­rie ed i suoi ampi spa­zi, rap­pre­sen­ta la par­ti­co­la­ri­tà di que­sto ter­ri­to­rio.
Si rin­gra­zia Gabrie­le Cian­dri per il bel­lis­si­mo video rea­liz­za­to gra­zie alla pro­mo­zio­ne del Comu­ne di Mon­te­ca­ti­ni Val Di Ceci­na ed alla col­la­bo­ra­zio­ne del­la coo­pe­ra­ti­va Iti­ne­ra.

Webinar: Innovare Cultura

Inno­va­re nel cam­po del­la Cul­tu­ra non è più solo una pos­si­bi­li­tà ma un impe­ra­ti­vo per il futu­ro per tut­te le coo­pe­ra­ti­ve del set­to­re che han­no visto muta­re improv­vi­sa­men­te lo sce­na­rio di rife­ri­men­to. Inno­va­re, quin­di, con­si­de­ran­do la neces­si­tà di imma­gi­na­re visio­ni diver­se, nuo­vi model­li di pro­du­zio­ne e di frui­zio­ne, nuo­vi spa­zi di siner­gia tra fun­zio­ne pub­bli­ca e ruo­lo del pri­va­to, nuo­ve tec­no­lo­gie come stru­men­to di sup­por­to.
Nel webi­nar “Inno­va­re Cul­tu­ra” in pro­gram­ma mar­te­dì 19 mag­gio 2020, a par­ti­re dal­le ore 16.00, avvia­mo la discus­sio­ne e il con­fron­to insie­me ad esper­ti e coo­pe­ra­to­ri del set­to­re. Tra gli ospi­ti:

  • Cri­sti­na Da Mila­no, Esper­ta di Comu­ni­ca­zio­ne e didat­ti­ca musea­le, Pre­si­den­te di ECCOM idee per la Cul­tu­ra
  • Anna­li­sa Cicer­chia, Docen­te di Mana­ge­ment del­le impre­se crea­ti­ve Facol­tà di Eco­no­mia – Uni­ver­si­tà di Roma Tor Ver­ga­ta
  • Anto­nel­la Agno­li, Con­su­len­te biblio­te­ca­ria
  • Rug­ge­ro Sin­to­ni, Acca­de­mia Per­du­ta Roma­gna Tea­tri
  • Danie­la Via­nel­li, Coop Iti­ne­ra
  • Gio­van­na Bar­ni, Pre­si­den­te Coo­p­Cul­tu­re e Cul­Tur­Me­dia 

Per par­te­ci­pa­re al webi­nar clic­ca­re sul link ripor­ta­to di segui­to:
Lega­coop Nazionale3 is invi­ting you to a sche­du­led Zoom mee­ting.
Topic: Cul­tur­me­dia
Time: May 19, 2020 04:00 PM Rome
Join Zoom Mee­ting
https://​us02​web​.zoom​.us/​j​/​8​2​6​5​9​7​8​9​9​3​8​?​p​w​d​=​U​E​J​q​W​H​l​y​O​E​N​j​T​G​g​z​U​X​Z​W​e​j​d​U​c​W​1​I​d​z09

Per infor­ma­zio­ni scri­ve­re a i

Innovare Cultura

A casa giocando s’impara: I luoghi segreti del Museo di Storia Naturale

Atti­vi­tà per tut­ti. Nuo­vo appun­ta­men­to del­la rubri­ca “A casa… Gio­can­do s’impara” pro­mos­sa dal Museo di Sto­ria Natu­ra­le di Livor­no in col­la­bo­ra­zio­ne con coop.Itinera. In que­sta pun­ta­ta fare­mo una visi­ta “vir­tua­le” all’interno di Vil­la Hen­der­son: Mar­co ci por­te­rà alla sco­per­ta di alcu­ni luo­ghi inso­li­ti, con­du­cen­do­ci in ango­li del­la vil­la e del museo che soli­ta­men­te i visi­ta­to­ri non vedo­no, ma che nascon­do­no inte­res­san­ti sto­rie e curio­si­tà: cosa si nascon­de sot­to la cupo­la sul tet­to? E lo sape­va­te che nel giar­di­no del museo c’è una vera e pro­pria grot­ta? Un’occasione per esplo­ra­re insie­me un lato “segre­to” e poco cono­sciu­to del nostro museo.

Giovambattista Bracelli, un precursore del surrealismo nella Livorno del Seicento

Alfabeto Figurato Braccielli

— Fede­ri­ca Fal­chi­ni —

I seco­li più splen­den­ti per la cit­tà di Livor­no, è noto, sono il Sei­cen­to e il Set­te­cen­to. In quei seco­li la cit­tà non smet­te di bril­la­re sot­to la poten­za del por­to e del­le sue eso­ti­che e pre­zio­se mer­ci insie­me alle qua­li arri­va­no in cit­tà popo­li pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del Medi­ter­ra­neo che arric­chi­sco­no la sua gio­va­ne avven­tu­ra di cen­tro por­tua­le.
Pro­prio nei pri­mi anni del Sei­cen­to anche tan­ti arti­sti capi­ta­no a Livor­no per lo più inci­so­ri, attrat­ti dal­la com­mit­ten­ze ric­che e poten­ti di amba­scia­to­ri o prin­ci­pi che richie­do­no vedu­te del por­to e poi più tar­di nel Set­te­cen­to, fan­ta­sti­che quan­to irrea­li, vedu­te del quar­tie­re del­la Nuo­va Vene­zia. Le inci­sio­ni del fran­ce­se Jac­ques Cal­lot e del suo emu­lo Ste­fa­no Del­la Bel­la sono quel­le più cono­sciu­te e apprez­za­te oltre i con­fi­ni tosca­ni.
Arri­va nel­la nostra cit­tà anche un arti­sta fio­ren­ti­no, Gio­van­bat­ti­sta Bra­cel­li, inci­so­re e pit­to­re, il cui lavo­ro for­se più noto è il sof­fit­to del­la Gal­le­ria di Casa Buo­nar­ro­ti a Firen­ze. Sap­pia­mo anco­ra oggi pochis­si­mo del­la sua vita e del­la sua arte, ma ci basta quel poco, per defi­nir­lo un genio del suo tem­po, o se voglia­mo, addi­rit­tu­ra un pre­cur­so­re del sur­rea­li­smo, cubi­smo e Dadai­smo insie­me. Una sor­ta di pro­di­gio. Dimen­ti­ca­to per seco­li dal­la cri­ti­ca arti­sti­ca dal­la sua mor­te in poi, acca­de che nel 1963 Tri­stan Tza­ra, mem­bro fon­da­to­re insie­me ad altri del Dadai­smo nel Cafè Vol­tai­re di Zuri­go, pub­bli­ca un fac-simi­le di un suo album di inci­sio­ni, stam­pa­to a Livor­no nel 1624 e dedi­ca­to a Pie­tro de’ Medi­ci.
L’at­ten­zio­ne che Tza­ra rivol­ge a Bra­cel­li è signi­fi­ca­ti­va e pun­tua­le, por­tan­do­ci ad ammet­te­re quan­to sia cal­zan­te il riman­do del­l’ar­te di Bra­cel­li con le avan­guar­die che sta­va­no scon­vol­gen­do il mon­do del­l’ar­te euro­pea.
La pre­zio­sa pub­bli­ca­zio­ne s’in­ti­to­la Biz­zar­rie di varie figu­re ed è a dir poco rara, ne esi­sto­no pochis­si­mi esem­pla­ri, oltre che igno­ra­ta dal­la cri­ti­ca uffi­cia­le, fat­ta ecce­zio­ne per uno stu­dio del 1929 del cri­ti­co d’ar­te Ken­neth Clark. Si trat­ta di 50 inci­sio­ni rac­col­te insie­me, ognu­na del­le qua­li mostra due figu­re uma­noi­di che si ‘affron­ta­no’ in una sor­ta di duel­lo dan­zan­te, o in una bre­ve scher­ma­glia tea­tra­le.
L’i­co­no­gra­fia del duel­lo scher­zo­so pro­vie­ne in que­sti anni dal­la Com­me­dia del­l’Ar­te e si ritro­va anche in alcu­ne com­po­si­zio­ni di Cal­lot, ma è la fat­tu­ra dei per­so­nag­gi che tra­va­li­ca ogni aggan­cio sicu­ro con l’ar­te del tem­po. Sono uma­noi­di, o comun­que figu­re pseu­do uma­ne sche­le­tri­che robo­ti­che fat­te di cubi, fiam­me, cate­ne, gan­ci e per­fi­no uten­si­li da cuci­na. Uno scher­zo, un capric­cio sei­cen­te­sco ma del tut­to ori­gi­na­le per­ché le figu­re di Bra­cel­li sono vera­men­te tan­te quan­to è gran­de la sua fan­ta­sia. Uni­ca­men­te Luca Cam­ba­sio ave­va dipin­to due figu­re ‘cubi­ste’ ma si era fer­ma­to lì e ad oggi ha una fama esa­ge­ra­ta­men­te supe­rio­re a Bra­cel­li. Un arti­sta la cui fan­ta­sia si può lega­re all’ar­te del Sei­cen­to, come lo solo le stra­ne com­po­si­zio­ni di Arcim­bol­do che mai però conob­be, e in gra­do di vola­re attra­ver­so seco­li, sot­ter­ra­neo e silen­te, per ricom­pa­ri­re nel­le astra­zio­ni e figu­re del­l’ar­te nove­cen­te­sca più tra­sgres­si­va e inno­va­ti­va.

Bizzarie di Varie Figure (1624)
Biz­za­rie di Varie Figu­re (1624)

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A casa giocando s’impara: La vera storia della balena Annie

Nuo­vo appun­ta­men­to del­la rubri­ca “A casa… Gio­can­do s’impara” pro­mos­sa dal Museo di Sto­ria Natu­ra­le di Livor­no in col­la­bo­ra­zio­ne con coop.Itinera. In que­sta pun­ta­ta sco­pri­re­mo insie­me la vera sto­ria del­la star del Museo di Sto­ria Natu­ra­le del Medi­ter­ra­neo: Annie, il gran­de sche­le­tro di bale­not­te­ra comu­ne con­ser­va­to nel­la Sala del Mare. Per rac­con­ta­re que­sta incre­di­bi­le avven­tu­ra abbia­mo invi­ta­to un ospi­te d’eccezione Anto­nio Bor­zat­ti, con­ser­va­to­re del Museo, che ha vis­su­to in pri­ma per­so­na i fat­ti e che ci par­le­rà del sal­va­tag­gio, del recu­pe­ro e del­la musea­liz­za­zio­ne del­la nostra ama­ta bale­na.

Segui­te­ci sul sito del Museo di sto­ria Natu­ra­le musmed​.pro​vin​cia​.livor​no​.it e sul sito di iti­ne­ra www​.iti​ne​ra​.info, ci sarà pre­sto un nuo­vo ed inte­res­san­te argo­men­to da esplo­ra­re insie­me. Per mag­gio­ri infor­ma­zio­ni

Teatri storici a Livorno

Teatro Goldoni

— Danie­la Via­nel­li —

Livor­no è una cit­tà che può van­ta­re un pas­sa­to e un’interessante sto­ria lega­ta al tea­tro.
ll pri­mo tea­tro fu il San Seba­stia­no, o del­le Com­me­die, rea­liz­za­to alla metà del XVII seco­lo, tra­sfor­man­do poco più che uno stan­zo­ne in una cavea con tan­to di pal­chet­ti sud­di­vi­si in 4 ordi­ni bas­si ed angu­sti. Un pri­mo spa­zio sce­ni­co dun­que, ubi­ca­to nel­le imme­dia­te vici­nan­ze di por­ta Colon­nel­la, all’imboccatura del por­to su pro­get­to del capo­ma­stro Raf­fel­lo Tena­gli.
Pochi anni più tar­di ven­ne aper­to, nel­la zona del­la Vene­zia, un nuo­vo tea­tro det­to dap­pri­ma degli Arme­ni, per la vici­nan­za del­la chie­sa omo­ni­ma, poi degli Avva­lo­ra­ti, dall’Accademia che ne assun­se la gestio­ne. Inau­gu­ra­to nel 1782 fu costrui­to per ini­zia­ti­va dell’imprenditore Gae­ta­no Bic­chie­rai. Il nuo­vo luo­go di spet­ta­co­lo, rispon­den­te alle esi­gen­ze sce­ni­che e di rap­pre­sen­tan­za del­la clas­se bor­ghe­se, pote­va van­ta­re una sala con cin­que ordi­ni di pal­chi, men­tre all’esterno, la fac­cia­ta in rilie­vo evi­den­zia­va in modo ele­gan­te, la pre­sen­za in cit­tà di un vero e pro­prio tea­tro, tem­pio lai­co del­la bor­ghe­sia al pote­re. Nono­stan­te le buo­ne inten­zio­ni l’Avvalorati, dal­la secon­da metà dell’Ottocento, decad­de pro­gres­si­va­men­te, insie­me al deca­de­re del quar­tie­re del­la Vene­zia. Stes­sa tri­ste sor­te fu riser­va­ta all’altro bel tea­tro rea­liz­za­to poco lon­ta­no dagli Avva­lo­ra­ti, ovve­ro il Tea­tro dei Flo­ri­di, sem­pre dal nome dell’Accademia omo­ni­ma, det­to poi comu­ne­men­te San Mar­co, inau­gu­ra­to nel 1806 nell’area risul­tan­te dal­la lot­tiz­za­zio­ne del Rivel­li­no di San Mar­co. Con i suoi 136 pal­chi rigo­ro­sa­men­te sud­di­vi­si in cin­que ordi­ni, era uno dei più gran­di e armo­ni­ci d’Italia.
Le vicen­de del tea­tro ebbe­ro alti e bas­si; dopo un avvio inten­so, con spet­ta­co­li di prim’ordine, il San Mar­co conob­be vari momen­ti di abban­do­no ciò comun­que non impe­dì che nel 1921 la sua sala ospi­tas­se il pri­mo con­gres­so del Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, subi­to dopo la sto­ri­ca scis­sio­ne del Par­ti­to Socia­li­sta pres­so il tea­tro Gol­do­ni.
Un nuo­vo tea­tro, il Ros­si­ni, nel­la via dei Ful­gi­di, nome dell’Accademia che acqui­stò l’edificio e si occu­pò quin­di del­la vita del­la sua atti­vi­tà, fu inau­gu­ra­to nel 1842. Pro­get­ta­to da Inno­cen­zo Gra­gna­ni, si carat­te­riz­zò sem­pre per la sua par­ti­co­la­re ele­gan­za, sia nel pro­spet­to che nel­le deco­ra­zio­ni inter­ne e nell’articolazione degli spa­zi e nell’arredo. Si trat­ta­va di un tea­tro di mode­ste dimen­sio­ni, con 130 pal­chet­ti distri­bui­ti in cin­que ordi­ni, che comun­que ebbe una ric­ca pro­gram­ma­zio­ne spet­ta­co­la­re.
L’unico gran­de tea­tro otto­cen­te­sco che si è, pos­sia­mo dire, mira­co­lo­sa­men­te sal­va­to dal­la guer­ra è il Tea­tro Gol­do­ni inau­gu­ra­to nel 1847 su pro­get­to dell’architetto Giu­sep­pe Cap­pel­li­ni, su man­da­to dei fra­tel­li Capo­ra­li. Il tea­tro, diur­no e not­tur­no, a somi­glian­za di quel­li di Vene­zia e Trie­ste, era tra i più bel­li e gran­dio­si d’Italia. All’interno era sta­ta rica­va­ta una vasta sala desti­na­ta all’accademia Filar­mo­ni­ca, poi deno­mi­na­ta comu­ne­men­te Gol­do­net­ta, dove pote­va­no esse­re rea­liz­za­te del­le rap­pre­sen­ta­zio­ni per un ristret­to nume­ro di spet­ta­to­ri.
Se il Ros­si­ni e il Gol­do­ni nell’Ottocento era­no sta­ti con­ce­pi­ti come tea­tri salot­to, un altro obiet­ti­vo era senz’altro alla base del pro­get­to di un nuo­vo tea­tro costrui­to a Livor­no nel­la secon­da metà del seco­lo: il Poli­tea­ma. Aper­to nel 1878, l’edificio si pre­sen­ta­va in toni mode­sti anche se non fu mode­sta la sua atti­vi­tà: infat­ti, in ono­re all’etimo esat­to del suo nome, “mol­ti spet­ta­co­li”, il Poli­tea­ma ospi­tò un gran­dis­si­mo nume­ro di per­for­man­ce. La sua strut­tu­ra, con un’intelaiatura di fer­ro, era sta­ta con­ce­pi­ta pro­prio per poter acco­glie­re spet­ta­co­li di ogni gene­re: pro­sa, liri­ca, ma anche spet­ta­co­li cir­cen­si, per­met­ten­do anche l’esibizione di acro­ba­ti, attra­ver­so un com­pli­ca­to siste­ma di tra­bea­zio­ne aerea, con tiran­ti. Per com­ple­ta­re la ras­se­gna dei luo­ghi di spet­ta­co­lo del­la cit­tà non pos­sia­mo tra­scu­ra­re le are­ne, ovve­ro i tea­tri diur­ni, anch’essi come il Poli­tea­ma, di stam­po popo­la­re, ma mol­to fre­quen­ta­te dal­la cit­ta­di­nan­za, luo­ghi di spet­ta­co­lo vita­li e dina­mi­ci. Una pri­ma are­na, l’Are­na Labro­ni­ca, fu rea­liz­za­ta lun­go i fos­si, nel­la zona attual­men­te occu­pa­ta dal Mer­ca­to Cen­tra­le, ad ope­ra di due impren­di­to­ri, Giu­sep­pe Bal­za­no e Ale­san­do Baga­gli, che dopo aver­la ven­du­ta nel 1838 ne costrui­ro­no una secon­da, tra via Mon­ta­na­ra e via Cur­ta­to­ne, deno­mi­na­ta Tea­tro degli Acque­dot­ti, poi Are­na Alfie­ri, in un’area più decen­tra­ta, lun­go il via­le dei Con­dot­ti Nuo­vi, attua­le via­le Car­duc­ci.
Nel 1863 fu inau­gu­ra­ta l’Arena Gari­bal­di, in via degli Asi­li, simi­le per strut­tu­ra a quel­la di via­le degli Acque­dot­ti. Lo spet­ta­co­lo di aper­tu­ra fu rea­liz­za­to dal­la com­pa­gnia di Erne­sto Ros­si. Un ini­zio che pote­va far ben spe­ra­re ma che inve­ce non fu di buon auspi­cio, tan­to che ben pre­sto il tea­tro ven­ne abban­do­na­to, for­se, come dice il Piom­ban­ti, per la posi­zio­ne non mol­to feli­ce.
Appa­re dun­que evi­den­te che il cli­ma del­la cit­tà era deci­sa­men­te favo­re­vo­le agli spet­ta­co­li; il mol­ti­pli­car­si di spa­zi dedi­ca­ti al tea­tro e la ric­ca offer­ta di pro­gram­ma­zio­ni dimo­stra quan­to la piaz­za livor­ne­se fos­se uno dei luo­ghi di eccel­len­za di que­sta arte, una tap­pa d’obbligo del­le più impor­tan­ti com­pa­gnie.

Il teatro Goldoni di Livorno, sede del XVII congresso del Partito socialista
Il tea­tro Gol­do­ni di Livor­no, sede del XVII con­gres­so del Par­ti­to socia­li­sta

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Un incontro particolare: Livorno e l’opera del futurista Francesco Cangiullo

Cangiullo "Anacronismo"

— Giae­le Muli­na­ri —

Scrit­to­re, poe­ta, com­me­dio­gra­fo, musi­ci­sta e pit­to­re di ori­gi­ne par­te­no­pea, cono­sciu­to soprat­tut­to per la sua atti­va par­te­ci­pa­zio­ne al Futu­ri­smo e alla reda­zio­ne dei Mani­fe­sti, ini­zia a 14 anni a com­por­re i pri­mi ver­si, novel­le, roman­zi, a musi­ca­re can­zo­ni nel più auten­ti­co sti­le napo­le­ta­no, suo­na­re il pia­no­for­te, dipin­ge­re e scol­pi­re. All’i­ni­zio del nove­cen­to nel fasci­co­lo di spar­ti­ti Pie­di­grot­ta Can­giul­lo l’autore dimo­stra la sua pro­pen­sa e qua­li­fi­ca­ta incli­na­zio­ne musi­ca­le tan­to da far­ne uti­liz­za­re sei bat­tu­te a Stra­win­sky nel­la famo­sa ope­ra Pul­ci­nel­la; nel 1912 la ste­su­ra del­le pri­me Tavo­le paro­li­be­re da leg­ge­re e da vede­re, sigla il soda­li­zio con Mari­net­ti e segna l’i­ni­zio di una nuo­va ricer­ca for­ma­le fat­ta di inven­zio­ne libe­ra e dis­sa­cra­to­ria; nel 1922 la pub­bli­ca­zio­ne de Il Tea­tro del­la Sor­pre­sa abbat­te miti e tra­di­zio­ni, scon­vol­gen­do il pub­bli­co con una scrit­tu­ra sce­ni­ca asso­lu­ta­men­te nuo­va, com­po­sta da intrec­ci e figu­ra­zio­ni ina­spet­ta­te.
I 4 cara­bi­nie­riCaval­lo in cor­sa sono le ope­re di que­sti anni: da una par­te lo svi­lup­po del cal­li­gram­ma che tra­sfor­ma let­te­re e nume­ri in “pura mimi­ca gra­fi­ca”, dall’altro la col­la­bo­ra­zio­ne con Boc­cio­ni con il qua­le inter­pre­ta la ricer­ca del dina­mi­smo attra­ver­so pen­nel­la­te for­ti, mar­ca­te, in gra­do di espri­me­re il rit­mo dell’immagine. Poi nel 1924 l’al­lon­ta­na­men­to dal­l’a­van­guar­dia e il con­se­guen­te pas­so indie­tro.
Seb­be­ne Can­giul­lo tor­ne­rà a sten­de­re scrit­ti sul Futu­ri­smo, il ricor­do del pas­sa­to diven­ta infat­ti una costan­te sem­pre più pre­sen­te nei nuo­vi lavo­ri pit­to­ri­ci imbe­vu­ti di tra­di­zio­ne e sen­ti­men­ta­li­smo, aspet­ti per i qua­li l’ar­ti­sta ver­rà accu­sa­to di pas­sa­ti­smo e mer­can­ti­li­smo arti­sti­co.
D’al­tra par­te, il for­te lega­me con la sua cit­tà nata­le e l’at­tac­ca­men­to ai colo­ri e alla gen­te del luo­go riman­go­no per il pit­to­re il pun­to di rife­ri­men­to più impor­tan­te a cui anco­rar­si per­ché, pur viven­do con armo­nia il tem­po del­la spe­ri­men­ta­zio­ne, Can­giul­lo non riu­scì mai e in nes­sun modo ad “ucci­de­re il chia­ro di luna” pro­fes­sa­to dal Futu­ri­smo. E’ que­sto che lo fa tor­na­re pit­to­re figu­ra­ti­vo e che lo indu­ce a rac­con­ta­re il quo­ti­dia­no con un costan­te tra­spor­to di fon­do.
E sarà que­sto che gli farà ama­re come Napo­li la somi­glian­te Livor­no, cit­tà nel­la qua­le vis­se l’ul­ti­mo ven­ten­nio del­la sua vita e che sen­tì da subi­to come “una ter­ra ami­ca, pron­ta all’af­fet­to, aper­ta­men­te mari­na­ra, di com­po­sto silen­zio in alcu­ne zone e di som­mes­so vocia­re in altre, esu­be­ran­te e gene­ro­sa”. Il popo­lo spon­ta­neo che l’ar­ti­sta incon­trò al suo arri­vo e soprat­tut­to l’a­mi­ci­zia con Mena Joi­mo ed Ezio Tras­si­nel­li, indus­se­ro Can­giul­lo a sta­bi­lir­si a Livor­no nei pri­mi anni ses­san­ta dove, pur sere­na­men­te inse­ri­to, vis­se una vita appar­ta­ta e non pri­va di dif­fi­col­tà. Stre­ga­to da “que­sta ter­ra di sole e di ven­to”, dai colo­ri del cie­lo e natu­ral­men­te dal mare che ammi­rò, descris­se e dipin­se con lo stes­so affet­to di quel­lo par­te­no­peo, espres­se in que­sti anni il ritor­no al figu­ra­ti­vo in esem­pi di natu­re mor­te, vedu­te di quar­tie­re, pae­sag­gi e mari­ne.
Anche con l’e­di­to­re Gino Bel­for­te, Can­giul­lo ebbe una pro­fon­da sin­to­nia. Cono­sciu­to nel­la libre­ria di Via Gran­de, dove veni­va­no orga­niz­za­ti inte­res­san­ti con­ve­gni ed incon­tri con gli auto­ri, con­di­vi­se con lui appas­sio­na­ti con­fron­ti cul­tu­ra­li che por­ta­ro­no nel 1968 alla pub­bli­ca­zio­ne di F. T. Mari­net­ti + [F.] Can­giul­lo = Tea­tro del­la Sor­pre­sa, in cui i biz­zar­ri con­te­nu­ti del mani­fe­sto futu­ri­sti­co scrit­to mol­ti anni pri­ma ven­ne­ro appro­fon­di­ti e som­ma­ti a pro­se, poe­sie, can­zo­ni e memo­rie mai edi­te fino ad allo­ra. Gli ulti­mi echi futu­ri­sti tor­na­no anche sul­le tele. Negli anni set­tan­ta ope­re come Ritrat­to di Mari­net­ti, Sogno, Augu­ri Tut­to Nata­le, Mehe­naah!, sono infat­ti, nel com­ples­so, reso­con­to visi­vo del­le due fac­ce che carat­te­riz­za­ro­no l’ar­ti­sta per tut­ta la vita: l’ir­ri­ve­ren­te e stra­va­gan­te spe­ri­men­ta­to­re da una par­te e, dal­l’al­tra, l’in­na­to sen­ti­men­ta­li­sta, inna­mo­ra­to del mare, dei tra­mon­ti, del­la sal­se­di­ne e degli affet­ti uma­ni a cui mai vol­le rinun­cia­re.
Fran­ce­sco Can­giul­lo morì il 22 luglio 1977 a Livor­no, al n. 6 di Piaz­za Modi­glia­ni.

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