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Musei di Volterra

Musei Volterra

Museo Etrusco Mario Guarnacci

Il museo etru­sco Mario Guar­nac­ci di Vol­ter­ra è uno dei più anti­chi musei pub­bli­ci d’Eu­ro­pa e rap­pre­sen­ta una col­le­zio­ne di anti­chi­tà etru­sche tra le più impor­tan­ti che esi­sta­no. Mon­si­gnor Mario Guar­nac­ci, da cui pren­de il nome il museo, fu uno dei più impor­tan­ti col­le­zio­ni­sti e anti­qua­ri del Set­te­cen­to. Ori­gi­na­rio di Vol­ter­ra, dopo aver tra­scor­so par­te del­la pro­pria car­rie­ra eccle­sia­sti­ca a Roma, tor­nò nel­la cit­tà nata­le e qui, pre­so dal­la pas­sio­ne per le anti­chi­tà, comin­ciò ad orga­niz­za­re cam­pa­gne di sca­vo nel­le necro­po­li del­la città.
Nel 1761 vol­le che la sua col­le­zio­ne dive­nis­se di pro­prie­tà del­la cit­tà e fos­se peren­ne­men­te a dispo­si­zio­ne dei vol­ter­ra­ni. Que­sta rac­col­ta costi­tuì il nucleo prin­ci­pa­le del museo etrusco.
Col­lo­ca­ta ini­zial­men­te nel palaz­zo dei Prio­ri, la col­le­zio­ne Guat­nac­ci nel 1875 tro­vò siste­ma­zio­ne nel palaz­zo Desi­de­ri Tan­gas­si. L’al­le­sti­men­to di mol­te sale con­ser­va l’af­fa­sci­nan­te aspet­to otto­cen­te­sco, lascia­to con lo sco­po di costi­tui­re una sor­ta di museo nel museo, per far com­pren­de­re ai visi­ta­to­ri qua­li fos­se­ro i cri­te­ri espo­si­ti­vi del­l’e­po­ca. La pri­ma sezio­ne, al pia­no ter­ra, è dedi­ca­ta al più anti­co inse­dia­men­to del Col­le di Vol­ter­ra con alcu­ni reper­ti del­l’E­tà del Rame e del Bron­zo, si tro­va­no i cine­ra­ri bico­ni­ci e i cor­re­di pro­ve­nien­ti dal­le necro­po­li del­le Ripa­ie e del­la Badia Guer­ruc­cia, testi­mo­nian­ze del già viva­ce tes­su­to socia­le che carat­te­riz­zò l’E­tà vil­la­no­via­na di Vol­ter­ra. In epo­ca vil­la­no­via­na il tipo di ritua­le fune­ra­rio più dif­fu­so era l’in­ci­ne­ra­zio­ne; il cor­po del defun­to veni­va cre­ma­to e le cene­ri rac­col­te in un vaso det­to “bico­ni­co” pro­prio per la for­ma che ricor­da due coni sovrap­po­sti. Gli Etru­schi cre­de­va­no in una vita dopo la mor­te e per­tan­to, insie­me ai resti del defun­to, depo­ne­va­no nel­la tom­ba gli ogget­ti per­so­na­li che pote­va­no esser­gli uti­li nel­l’al­di­là. Gli ogget­ti depo­sti era­no distin­ti in base al ses­so del defun­to. Quel­li tipi­ca­men­te maschi­li era­no le armi, i rasoi e le deco­ra­zio­ni del­le bar­da­tu­re dei caval­li. Nel caso di sepol­tu­re fem­mi­ni­li tro­via­mo gio­iel­li, pet­ti­ni, attrez­zi per fila­re. Nel­la sala II si tro­va­no lo splen­di­do kya­thos in buc­che­ro con iscri­zio­ne da Mon­te­rig­gio­ni e le ore­fi­ce­rie di Ges­se­ri che sono par­te del cor­re­do di una tom­ba prin­ci­pe­sca, per­ve­nu­to al museo nel 1839 gra­zie al dono del vesco­vo Incon­tri. Accan­to si tro­va uno dei monu­men­ti più emble­ma­ti­ci del­l’e­tà arcai­ca di tut­ta l’E­tru­ria set­ten­trio­na­le: la Ste­le fune­ra­ria di Avi­le Tite, un guer­rie­ro rap­pre­sen­ta­to stan­te, di pro­fi­lo arma­to di spa­da e lan­cia con iscri­zio­ne di dedi­ca sul bor­do. Si trat­ta di uno dei miglio­ri esem­pi di rap­pre­sen­ta­zio­ne di quel­la clas­se socia­le domi­nan­te con­nes­sa al valo­re mili­ta­re che lega a un’i­co­no­gra­fia guer­rie­ra un lin­guag­gio sti­li­sti­co affi­ne al reper­to­rio del­le stel­le gre­co-orien­ta­li. Salen­do alle sale del pia­no I tro­via­mo espo­ste alcu­ne del­le urne più bel­le con rap­pre­sen­ta­zio­ne di sog­get­ti mito­lo­gi­ci, alcu­ne kele­bai a figu­re ros­se etru­sche di pro­du­zio­ne vol­ter­ra­na, il cra­te­re di Mon­te­bra­do­ni del­l’o­mo­ni­mo pit­to­re, le ore­fi­ce­rie elle­ni­sti­che più pre­sti­gio­se del­la col­le­zio­ne. In que­sto pia­no vi sono anche i due gran­di capo­la­vo­ri sim­bo­lo del Museo Guar­nac­ci: l’Om­bra del­la Seral’Ur­na degli Spo­si. La pri­ma è una del­le ope­re bron­zee più note di tut­ta l’an­ti­chi­tà clas­si­ca: si trat­ta di un bron­zet­to appar­te­nen­te ad una tipo­lo­gia di ex-voto dif­fu­so dal­l’a­rea lazia­le all’E­tru­ria cen­tro- set­ten­trio­na­le, carat­te­riz­za­ta da una ten­den­za all’al­lun­ga­men­to del­la figu­ra e a una spro­por­zio­ne del cor­po, tale da rag­giun­ge­re le sem­bian­ze di un’om­bra pro­dot­ta da luce raden­te. Le sue for­me così allun­ga­te, lo svi­lup­po ver­ti­ca­le dei volu­mi e la defor­ma­zio­ne del­la strut­tu­ra cor­po­rea ren­do­no la sta­tuet­ta incre­di­bil­men­te vici­na alla sen­si­bi­li­tà “moder­na”. La capa­ci­tà del­l’ar­ti­sta di resti­tui­re il model­la­to del cor­po secon­do una ten­den­za anco­ra natu­ra­li­sti­ca è uni­ca nel suo gene­re; la testa del fan­ciul­lo, for­te­men­te carat­te­riz­za­ta dal­le lun­ghe cioc­che dei capel­li che scen­do­no in un ciuf­fo pie­ga­to sul­la fron­te e sul­le guan­ce, assi­mi­la il bron­zet­to a model­li col­ti, di deri­va­zio­ne lisip­pea, del III sec.a.C. L’Ur­na degli Spo­si è un coper­chio in ter­ra­cot­ta biso­me in cui, cioè, l’uo­mo e la don­na sono diste­si a ban­chet­to insieme.
Il livel­lo qua­li­ta­ti­vo è altis­si­mo nel­la rea­liz­za­zio­ne dei vol­ti e nel­l’ac­cu­ra­tez­za dei dettagli.
Gli spo­si espri­mo­no nel loro sguar­do incro­cia­to un rigo­re sta­ti­co e insie­me la fer­ma volon­tà retro­spet­ti­va, sot­to­li­nea­ta dal­la soli­di­tà del vin­co­lo fami­lia­re e dal­la sin­go­la­re scel­ta di un mate­ria­le “anti­co “: è l’em­ble­ma di una socie­tà etru­sca, orgo­glio­sa del­le sue radi­ci inti­ma­men­te lega­ta al pro­prio eth­nos, nel momen­to in cui la cit­tà sta per­den­do la pro­pria indi­pen­den­za a favo­re del­la debor­dan­te poten­za roma­na dopo l’as­se­dio del­la cit­tà a ope­ra di Sil­la nell’82 – 80 a.C. Al pri­mo pia­no tro­via­mo anche la sezio­ne dedi­ca­ta alla Vol­ter­ra roma­na in cui è sta­ta rico­strui­ta una par­te del­l’i­scri­zio­ne dedi­ca­to­ria del gran­de tea­tro di Val­le­buo­na in cui sono ricor­da­ti i due mem­bri del­la fami­glia Ceci­na che for­ni­ro­no i mez­zi per la costru­zio­ne del­l’e­di­fi­cio. Tra ritrat­ti impe­ria­li e mosai­ci poli­cro­mi, tro­va qui col­lo­ca­zio­ne anche una scul­tu­ra, recen­te­men­te restau­ra­ta, det­ta Pre­te Mar­zio: la sta­tua di un uomo roma­no toga­to inte­gra­ta con una testa non per­ti­nen­te, che si tro­va­va alme­no sin dagli ini­zi del 1600 nel luo­go anti­ca­men­te indi­ca­to come Cam­po Mar­zio, da cui pre­se il nome.
Al secon­do pia­no è alle­sti­ta un’e­spo­si­zio­ne sul­l’ar­ti­gia­na­to arti­sti­co del­la Vela­th­ri ellenistica.
Qui le urne sono spie­ga­te in modo ana­li­ti­co in tut­ti gli adpet­ti: la pro­du­zio­ne, i mae­stri del­le bot­te­ghe, le com­mit­ten­ze, le scel­te dei model­li e dei sog­get­ti, i ritrat­ti dei coper­chi, i cor­re­di tom­ba­li, fino alla ripro­du­zio­ne di una bot­te­ga di urne e alla rico­stru­zio­ne di una tom­ba a camera.

Pinacoteca Civica ed Ecomuseo dell’alabastro

La pina­co­te­ca civi­ca di Vol­ter­ra ha sede nel palaz­zo Minuc­ci-Solai­ni che è uno degli edi­fi­ci archi­tet­to­ni­ca­men­te più inte­res­san­ti del­la cit­tà. Fu costrui­to su com­mis­sio­ne del­la fami­glia Minuc­ci alla fine del Quat­tro­cen­to ed è addos­sa­to ed è addos­sa­to alle pre­ce­den­ti tor­ri medie­va­li. La par­te rina­sci­men­ta­le del palaz­zo è attri­bui­ta ad Amto­nio da San Gal­lo il Vec­chio e pre­sen­ta ana­lo­gie di sti­le con il palaz­zo Stroz­zi e il palaz­zo già Gua­da­gni del Cro­na­ca a Firen­ze e il palaz­zo Pic­co­lo­mi­ni a Pien­za. Dal 1982 è sede di quel­la gal­le­ria pit­to­ri­ca comu­na­le ordi­na­ta da Cor­ra­do Ric­ci nel 1905 e fino ad allo­ra ospi­ta­ta nel Palaz­zo dei Priori.
La visi­ta ini­zia al pri­mo pia­no del­l’e­di­fi­cio, il per­cor­so è orga­niz­za­to su base cro­no­lo­gi­ca e costi­tui­sce un’in­te­res­san­te occa­sio­ne per cono­sce­re la dif­fu­sio­ne del­l’ar­te a Vol­ter­ra tra XIIIXVI seco­lo con ope­re che rac­con­ta­no la straor­di­na­ria vita­li­tà cul­tu­ra­le del­la cit­tà, toc­ca­ta dal­le cor­ren­ti arti­sti­che fio­ren­ti­ne, sene­se e pisa­ne. Sala per sala, si sco­pro­no con­ser­va­te sta­tue lignee, cera­mi­che medie­va­li, un ric­co meda­glie­re e un assor­ti­men­to nutri­to di monete.
Tra le ope­re più ico­ni­che del­la pina­co­te­ca c’è sicu­ra­men­te La Depo­si­zio­ne di Ros­so Fio­ren­ti­no, dipin­ta per la chie­sa di San Fran­ce­sco nel 1521. Que­sto qua­dro rap­pre­sen­ta un un’im­por­tan­te momen­to nel­la sto­ria del­l’ar­te ita­lia­na, quan­do pit­to­ri come il Ros­so, cer­ca­ro­no di ela­bo­ra­re un nuo­vo cano­ne pit­to­ri­co che andas­se oltre a ciò che era sta­to rag­giun­to con il Rina­sci­men­to. L’im­pres­sio­nan­te moder­ni­tà del­l’o­pe­ra, anco­ra oggi per­ce­pi­bi­le, ne fa indi­scu­ti­bil­men­te uno dei capo­la­vo­ri asso­lu­ti del manie­ri­smo. A testi­mo­nian­za del­la raf­fi­na­tis­si­ma arte sene­se c’e’ sicu­ra­men­te la “Sala di Tad­deo di Bar­to­lo” che docu­men­ta alcu­ne del­le ope­re più signi­fi­ca­ti­ve che il pit­to­re sene­se dipin­se a Vol­ter­ra tra il 1411 e il 1418. Col­pi­sce tra le mol­tis­si­me ope­re anche una gran­de pala cen­ti­na­ta di Dome­ni­co Bigor­di det­to il Ghir­lan­da­io desti­na­ta alla Badia Camal­do­le­se e volu­ta da Loren­zo de’Medici del 1492 dove sono ripro­dot­te accan­to a San Bene­det­to e San Romual­do, due San­te Vol­ter­ra­ne, Atti­nia e Gre­ci­nia­na. Nel­la pina­co­te­ca sono pre­sen­ti due ope­re di Luca Signo­rel­li, una Madon­na con Bam­bi­no e un’An­nun­cia­zio­ne entram­be dipin­te nel 1491. Di ele­va­tis­si­ma qua­li­tà pit­to­ri­ca, l’An­nun­cia­zio­ne dipin­ta nel 1491, è uno dei qua­dri più rap­pre­sen­ta­ti­vi del­lo sti­le arti­sti­co rina­sci­men­ta­le. La figu­ra del­l’an­ge­lo appe­na atter­ra­to con le vesti anco­ra svo­laz­zan­ti e la Madon­na in pie­di, in atto di riti­rar­si, si com­pon­go­no con l’ar­chi­tet­tu­ra con un risul­ta­to di gran­de armo­nia. La raf­fi­na­tez­za del­le figu­re, fer­me in una posi­zio­ne che ricor­da la sta­tua­ria gre­ca e roma­na, l’e­la­bo­ra­ta pro­spet­ti­va che pare dila­ta­re la sce­na e la minu­zio­sa resa del­le deco­ra­zio­ni e dei det­ta­gli, sono le incon­fon­di­bi­li carat­te­ri­sti­che del Mae­stro da Cor­to­na. Al pia­no supe­rio­re, due ope­re del­l’ar­ti­sta fiam­min­go Pie­ter de Wit­te ci fan­no entra­re a pie­no nel­l’ar­te moder­na. Il Com­pian­to e l’A­do­ra­zio­ne dei pasto­ri, dipin­ti tra il 1580 e il 1585, pre­sen­ta­no al meglio que­sto pit­to­re che sep­pe uni­re il clas­si­ci­smo fio­ren­ti­no del­l’ul­ti­mo Rina­sci­men­to con la com­po­nen­te fiamminga.

Eco­mu­seo del­l’a­la­ba­stro. Nel­lo splen­di­do con­te­sto del­le case­tor­ri medie­va­li del­la fami­glia Minuc­ci tro­via­mo l’E­co­mu­seo del­l’A­la­ba­stro nasce da un pro­get­to di museo dif­fu­so nel ter­ri­to­rio del­la Pro­vin­cia di Pisa che coin­vol­ge le prin­ci­pa­li real­tà loca­li lega­te alla tra­di­zio­ne arti­gia­na­le ed arti­sti­ca del­l’a­la­ba­stro: Vol­ter­ra, Castel­li­na Marit­ti­ma e San­ta Luce.
L’E­co­mu­seo si arti­co­la in due distin­ti iti­ne­ra­ri ter­ri­to­ria­li che tro­va­no rife­ri­men­to in altret­tan­ti musei tema­ti­ci: l’i­ti­ne­ra­rio del­l’e­sca­va­zio­ne, docu­men­ta­to nel pun­to musea­le di Castel­li­na Marit­ti­ma, e l’i­ti­ne­ra­rio del­la lavo­ra­zio­ne e del­la com­mer­cia­liz­za­zio­ne, lega­to alla sede musea­le di Vol­ter­ra. Nel museo sono rac­col­te le testi­mo­nian­ze del­la lavo­ra­zio­ne e del com­mer­cio del­l’a­la­ba­stro, che per seco­li sono sta­te alla base del­l’e­co­no­mia volterrana.
La pie­tra è cono­sciu­ta e lavo­ra­ta fin dai tem­pi degli Etru­schi, ma solo dal XVIII seco­lo esi­ste una vera e pro­pria indu­stria arti­gia­na­le. Nel museo sono espo­sti vasi, scul­tu­re e ogget­ti e un ampio spa­zio è dedi­ca­to al desi­gn e alle ope­re d’ar­te rea­liz­za­te in alabastro.

Palazzo dei Priori

Il Palaz­zo dei Prio­ri è il più anti­co palaz­zo pub­bli­co del­la Tosca­na. Costrui­to a par­ti­re dal 1208, si affac­cia sul­la piaz­za più impor­tan­te del­la cit­tà. Il pri­mi­ti­vo nome del­l’e­di­fi­cio fu Domus Com­mu­nis, ossia, Palaz­zo del Comu­ne e fu uti­liz­za­to dagli Anzia­ni come resi­den­za. Gli ori­gi­na­ri ven­ti­quat­tro Anzia­ni nel 1283 si tra­sfor­ma­ro­no nei diciot­to Prio­ri del Popo­lo per poi ridur­si ai dodi­ci Difen­so­ri del Popo­lo nel 1289. Il nome attua­le del palaz­zo, dei Prio­ri, si deve pro­prio al tito­lo che gli Anzia­ni assun­se­ro in segui­to, sul­l’e­sem­pio di ana­lo­ghe cari­che del comu­ne di Firen­ze. Il palaz­zo è costrui­to inte­ra­men­te in pie­tra e la fac­cia­ta è ingen­ti­li­ta da cor­ni­ci mar­ca­pia­no ed è coro­na­ta da mer­li a semi­cer­chio rea­liz­za­ti pro­ba­bil­men­te nel XVI seco­lo. La fac­cia­ta è deco­ra­ta con tar­ghe di ter­ra­cot­ta inve­tria­ta che rap­pre­sen­ta­no stem­mi di fami­glie fio­ren­ti­ne: dal XV seco­lo, Vol­ter­ra fu, infat­ti, gover­na­ta da Com­mis­sa­ri fio­ren­ti­ni essen­do entra­ta nel­l’or­bi­ta del­la cit­tà giglia­ta. La strut­tu­ra è sor­mon­ta­ta da una tor­re pen­ta­go­na­le a due ripia­ni mer­la­ti, costrui­ta intor­no nel XVI seco­lo e in segui­to rico­strui­ta dopo il ter­re­mo­to del 1846. Al pri­mo pia­no si tro­va la sala più rap­pre­sen­ta­ti­va del Palaz­zo, la Sala del Mag­gior Con­si­glio che è com­ple­ta­men­te affre­sca­ta anche se del­la deco­ra­zio­ne ori­gi­na­ria soprav­vi­ve sola­men­te un’ Annun­cia­zio­ne dipin­ta da Iaco­po di Cio­ne Orca­gna nel 1398, men­tre tut­ti gli altri affre­schi furo­no rea­liz­za­ti nel 1881. Sem­pre all’in­ter­no si tro­va il dipin­to dal tito­lo Noz­ze di Cana di Dona­to Masca­gni e un sof­fit­to ligneo di pre­ge­vo­le fat­tu­ra. Altra ope­ra a fre­sco è un Cro­ci­fis­so e san­ti di Pier Fran­ce­sco Fio­ren­ti­no, data­to 1490, posta al ter­mi­ne del­lo sca­lo­ne che immet­te nel­la Sala del Mag­gior Con­si­glio. La data­zio­ne sca­tu­ri­sce dal­la let­tu­ra di un’i­scri­zio­ne mol­to lacu­no­sa: “FRANCESCO GIOVANNI CAPITANO MCCCCLXXXX” . Nel­l’af­fre­sco si vede il Cro­ci­fis­so al cen­tro, per­no del­la com­po­si­zio­ne, con ai lati, sul­la sini­stra la Madon­na e ingi­noc­chia­to san Fran­ce­sco d’As­si­si, men­tre sul­la destra san Gio­van­ni Evan­ge­li­sta e ingi­noc­chia­to san Gio­van­ni Battista.

Teatro Romano

L’area archeo­lo­gi­ca di Val­le­buo­na è uno dei più impor­tan­ti siti ove è pos­si­bi­le com­pren­de­re l’e­vo­lu­zio­ne urba­ni­sti­ca e sto­ri­ca di Vol­ter­ra, è un ampio spa­zio sul­le pen­di­ci set­ten­trio­na­li di Vol­ter­ra, poco oltre le mura che rac­chiu­de­va­no la cit­tà medievale.
La zona fu però coin­vol­ta in epo­ca roma­na da un’in­ten­sa atti­vi­tà urba­ni­sti­ca, con la costru­zio­ne di un gran­de com­ples­so monu­men­ta­le com­po­sto da un tea­tro e da un impian­to ter­ma­le, costrui­ti in epo­che diver­se, di cui oggi è pos­si­bi­le visi­ta­re i resti.
Il tea­tro ven­ne ripor­ta­to in luce negli anni cin­quan­ta da sca­vi archeo­lo­gi­ci con­dot­ti dal­lo stu­dio­so vol­ter­ra­no Enri­co Fiu­mi: furo­no uti­liz­za­ti come ope­rai alcu­ni rico­ve­ra­ti del­l’O­spe­da­le psi­chia­tri­co di Vol­ter­ra, come ricor­da­to da una tar­ga posta all’in­gres­so dell’edificio.
Il monu­men­to vie­ne data­to tra l’1 e il 20 d.C e la sua costru­zio­ne ven­ne finan­zia­ta dal­la ric­ca fami­glia vol­ter­ra­na dei Cae­ci­na, in par­ti­co­la­re i con­so­li Gaio Ceci­na Lar­go e Aulo Ceci­na Seve­ro, come ricor­da­to dal­l’e­pi­gra­fe dedi­ca­to­ria del tea­tro stes­so, con­ser­va­ta nel Museo etru­sco Guar­nac­ci. In ana­lo­gia ai tea­tri gre­ci il tea­tro di Vol­ter­ra è par­zial­men­te sca­va­to nel pen­dio natu­ra­le di un’e­le­va­zio­ne. Duran­te gli sca­vi sono sta­ti rin­ve­nu­ti vari sedi­li, rea­liz­za­ti in cal­ca­re loca­le, con anco­ra inci­si i vari nomi dei rap­pre­sen­tan­ti del­le fami­glie più influen­ti del­la Vol­ter­ra roma­na qua­li i Cae­ci­nae, i Per­sii e i Lae­lii. La monu­men­ta­le fron­te­sce­na era lun­ga cir­ca 35 metri (122 pie­di roma­ni) ed era costi­tui­ta da due pia­ni col­lo­na­ti per un’al­tez­za supe­rio­re ai 16 metri. Si trat­ta­va di un vero e pro­prio fon­da­le sce­no­gra­fi­co che dove­va ele­var­si su due livel­li, con un’architettura simi­le alla fac­cia­ta di un edi­fi­cio, nel­la qua­le si apri­va­no tre por­te: la cen­tra­le det­ta regia e quel­le ai suoi lati det­te hospi­ta­lia uti­liz­za­te dagli atto­ri per entra­re e usci­re dal pal­co­sce­ni­co ligneo. La tec­ni­ca edi­li­zia uti­liz­za­ta nel­l’e­di­fi­cio sce­ni­co è quel­la tipi­ca di tut­to il com­ples­so tea­tra­le, si trat­ta di una mura­tu­ra con para­men­to in bloc­chet­ti paral­le­le­pi­pe­di del­la pie­tra loca­le det­ta “pan­chi­no” e nucleo inter­no cemen­ti­zio con scam­po­li del­la stes­sa pie­tra. I muri era­no into­na­ca­ti e pro­ba­bil­men­te dipin­ti o rive­sti­ti di pre­gia­te lastre mar­mo­ree. A giu­di­ca­re da quel­lo che pos­sia­mo vede­re oggi, gra­zie al restau­ro di que­sta par­te avve­nu­to tra il 1976 e 1980, la deco­ra­zio­ne del­la fron­te­sce­na dove­va esse­re ric­chis­si­ma: con basi atti­che di colon­ne in mar­mo bian­co lunen­se, con capi­tel­li corin­zi deco­ra­ti da coro­ne di foglie d’a­can­to e anco­ra fre­gi, cor­ni­ci, pan­nel­li dipin­ti, into­na­ci, sta­tue e iscrizioni.
L’or­che­stra era com­ple­ta­men­te pavi­men­ta­ta con lastre di mar­mo bian­co e per rac­co­glie­re le acque pio­va­ne defluen­ti dal­l’au­di­to­rio, cor­re­va una cana­let­ta (euri­pus) ai pie­di del­la cavea che con­vo­glia­va l’ac­qua nel sot­to­stan­te siste­ma di fogna­tu­re. Tut­to­ra si può vede­re il cana­le sot­ter­ra­neo per la rac­col­ta del sipa­rio. Era det­to auleum ed era costi­tui­to da una cor­ti­na di qual­che metro di altez­za fis­sa­ta ad anten­ne mobi­li. Il sipa­rio, rac­col­to nel fon­do del cana­le, duran­te le rap­pre­sen­ta­zio­ni si innal­za­va a chiu­de­re la sce­na duran­te gli intervalli.
Vi era anche un vela­rium, un telo soste­nu­to da 0 cor­de che copri­va l’in­te­ra area del tea­tro, poi­ché riman­go­no trac­ce del­la strut­tu­ra che lo soste­ne­va. Alla fine del III seco­lo il tea­tro ven­ne abban­do­na­to e in pros­si­mi­tà del­l’e­di­fi­cio sce­ni­co ven­ne instal­la­to un impian­to termale.
In epo­ca medioe­va­le le mura cit­ta­di­ne inglo­ba­ro­no il muro di chiu­su­ra del­la par­te più alta del­le gra­di­na­te (sum­ma cavea).

Acropoli etrusca

Quel­lo che è pos­si­bi­le ammi­ra­re nel­l’a­rea archeo­lo­gi­ca del­l’a­cro­po­li è quan­to rima­ne di una gran­de ristrut­tu­ra­zio­ne urba­ni­sti­ca e archi­tet­to­ni­ca che coin­vol­se l’in­te­ra area in epo­ca elle­ni­sti­ca III-II sec.a.C. Gli edi­fi­ci prin­ci­pa­li che spic­ca­no sul resto del com­ples­so sono due tem­pli chia­ma­ti con­ven­zio­nal­men­te tem­pio A e tem­pio B.Il tem­pio più anti­co (tem­pio B) è quel­lo più a ove­st e risa­le alla fine del III a.C. e si con­ser­va solo in par­te, al livel­lo di fon­da­zio­ni. In base a quan­to è soprav­vis­su­to pos­sia­mo com­pren­de­re che la sua archi­tet­tu­ra era di pura archi­tet­tu­ra etru­sca. Si com­po­ne­va di due par­ti: quel­la poste­rio­re con­si­ste­va in una cel­la chiu­sa e quel­la ante­rio­re era costi­tui­ta da un colon­na­to. Il tem­pio si erge­va su di un podio e vi si acce­de­va tra­mi­te una sca­li­na­ta di cui si con­ser­va una par­te. Il tem­pio A è data­bi­le intor­no alla metà del II seco­lo a.C. e pre­sen­ta una pian­ta allun­ga­ta, si è in par­te con­ser­va­ta la mura­tu­ra del podio in pie­tra are­na­ria gri­gia. L’in­ter­no del­l’e­di­fi­cio era costi­tui­to da una cel­la chiu­sa cir­con­da­ta da colon­ne e la par­te fron­ta­le ave­va una sca­li­na­ta di accesso.
Da una cister­na più anti­ca (per­ti­nen­te al com­ples­so del tem­pio B e inglo­ba­ta nel­la costru­zio­ne del tem­pio A) era pos­si­bi­le attin­ge­re acqua sia dal­l’in­ter­no del­l’e­di­fi­cio che dal­la stra­da ester­na. A que­sta fase appar­tie­ne anche un edi­fi­cio costrui­to nel mar­gi­ne occi­den­ta­le del pia­no­ro che spic­ca per la ric­chez­za del­la sua deco­ra­zio­ne. Una stan­za era infat­ti rive­sti­ta da un affre­sco com­po­sto di pan­nel­li con deco­ra­zio­ne geo­me­tri­ca poli­cro­ma, frut­to del lavo­ro di mae­stran­ze di altis­si­mo livel­lo, che è pos­si­bi­le ammi­ra­re pres­so il Museo Guarnacci.
I due tem­pli prin­ci­pa­li con­ti­nua­no, for­se, a esse­re uti­liz­za­ti anche in epo­ca roma­na, ma la zona ces­sò di esse­re fre­quen­ta­ta nel­la pri­ma metà del III seco­lo d.C.

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